Home ENTI LOCALI Alcamo, cause perse dal Comune sugli immobili abusivi: duro j’accuse sui dirigenti

Alcamo, cause perse dal Comune sugli immobili abusivi: duro j’accuse sui dirigenti

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Sugli immobili abusivi salvati dalla demolizione dal consiglio comunale nel 2014 è guerra aperta all’interno della burocrazia del Comune. Dopo le 11 cause perse dal municipio per aver chiesto un canone anche a chi non lo occupa, duro j’accuse del segretario generale Vito Bonanno che punta il dito sugli allora dirigenti della Direzioni 1 e 6 secondo cui avrebbero commesso danno erariale: “Atti in contrasto con i documenti d’ufficio; i dirigenti sapevano che quegli immobili non erano occupati”.

Tutto scritto nero su bianco nella relazione che lo stesso Bonanno ha inviato all’Avvocatura e alla Direzione 1 del Comune, al sindaco Domenico Surdi e all’Oiv, l’organismo di valutazione che monitora l’integrità dei controlli interni agli uffici e che monitora annualmente le perfomance dei dirigenti. Cause che il Comune ha perso in quanto inizialmente aveva chiesto un canone di occupazione ai proprietari di questi immobili abusivi, salvo poi accorgersi che effettivamente quei soldi non si sarebbero dovuti richiedere perchè quelle case non erano effettivamente abitate e quindi utilizzati.

Un caso clamoroso che finirà all’esame del consiglio comunale lunedì prossimo, 17 febbraio, e che sarà chiamato a riconoscere quasi 18 mila euro di debiti fuori bilancio maturati dalle cause che il Comune ha perso davanti al giudice di pace. Quel che emerge, però, è che ci sarebbero delle omissioni da parte di chi avrebbe dovuto valutare ogni singolo caso concreto. Dubbio che emerge prepotente dalla lettura delle prime sentenze sfavorevoli al Comune da cui sembra che gli uffici abbiano provveduto ad ingiungere a tutti i proprietari dei beni acquisiti al patrimonio comunale il pagamento dell’indennità, senza accertare che i singoli immobili fossero realmente nella materiale disponibilità dei privati.

La prova portata nel contenzioso fu, erroneamente, quella della non avvenuta immissione in possesso da parte dell’ente locale. Il giudice di pace ha evidenziato nelle sue sentenze che i privati non sono tenuti a pagare alcunchè al Comune se non continuano ad occupare di fatto gli immobili. “Emerge che gli uffici – scrive Bonanno nella nota che riguarda uno dei casi in discussione – erano a conoscenza della mancata disponibilità del bene da parte del privato fin dallo scorso 27 ottobre del 2017, data nella quale il proprietario ha segnalato sia le condizioni dell’immobile, sia l’impossibilità giuridica ad occuparlo essendo lo stesso oggetto di sequestro”.

Ed è qui che scatta la colpevolezza degli allora dirigenti delle Direzione 1 e 6, rispettivamente Venerando Russo e Sebastiano Luppino: “Gli uffici – aggiunge il segretario generale – hanno provveduto, senza nemmeno fare alcuna verifica di quanto segnalato dal privato, a emettere l’ordinanza di ingiunzione costringendo il titolare dell’immobile a fare opposizione”.

In effetti, dopo la notifica dei ricorsi, l’avvocatura si è accorta della mancanza delle relazioni di sopralluogo chiedendo agli uffici di correre ai ripari, revocando le ingiunzioni emesse senza i presupposti di legge. La stessa Avvocatura comunale si sarebbe accorta “dell’assenza delle relazioni di sopralluogo fatte ai fini dell’emissioni delle ordinanze ingiuntive”.

Comportamenti che oltretutto furono evidenziati come “disciplinarmente rilevanti”, vale a dire punibili in capo ai due dirigenti delle Direzioni competenti. Altra pecca, secondo il segretario generale, è stata commessa nel limitarsi a revocare alcuni atti sbagliati senza, però, costituirsi in giudizio per far valere l’errore e chiedere la compensazione delle spese. “Principi di elementare buon senso, più che di sana gestione della cosa pubblica, – attacca il segretario – avrebbero deposto nel senso di concordare con controparte l’annullamento dell’ingiunzione a fronte dell’abbandono del giudizio”.

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