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Partinico, “IL BUON GRANO E LA ZIZZANIA” il convegno al Lucia Gianì



CONVEGNO “IL BUON GRANO E LA ZIZZANIA”. LA CHIESA DI MONREALE SI INTERROGA SUI RAPPORTI TRA LA FEDE E LA MENTALITA’ MAFIOSA.
di Gino Chimenti



Si è svolto ieri pomeriggio, presso la sala Gianì, organizzato dal Servizio diocesano per il progetto Culturale e dalla consulta delle aggregazioni laicali, il convegno “Il buon grano e la zizzania: La profezia della Chiesa nella subcultura mafiosa”.
L’incontro, moderato da Benedetta Mascellino, è stato introdotto dal prof. Andrea Sollena, il quale ha precisato che l’iniziativa si inserisce in un percorso di riflessione e di studio, avviato da Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, fin dai primi giorni del suo insediamento.
Il convegno ha voluto indagare come, tenendo conto delle testimonianze di Don Pino Puglisi e di Giuseppe Livatino, vittime della mafia, e alla luce dell’Evangeli Gaudium, esortazione apostolica di Papa Francesco, la Chiesa deve porsi nei confronti della mafia.
Nel primo intervento il prof. Nicola Filippone, preside dell’Istituto “Don Bosco” di Palermo, presentando i rapporti tra “Religiosità e mentalità mafiosa” nel territorio della diocesi di Monreale, si interroga su come sia possibile che in un territorio, come quello del sud Italia e della nostra diocesi in particolare, in cui il processo di laicizzazione è sicuramente intervenuto meno rispetto al Nord, sono più diffuse le mafie.
Egli distingue tra fede e religiosità e afferma che la mafia indulge su quest’ultima a causa di alcune caratteristiche di essa che, indubbiamente, ha fatte proprie: il mistero, la ritualità, l’organizzazione verticistica. Solo che le somiglianze si limitano solo a questo, in quanto la mafia è un organizzazione umana, mentre nella Chiesa opera lo Spirito Santo
Importante, poi, è stato l’appello del giudice Tona, che presentando le figure di Don Pino Puglisi e di Giuseppe Livatino, ha fatto un appello ai cattolici ad interessarsi dell’uomo affermando che: “Quelli che crediamo in Dio, dobbiamo credere nell’uomo e, quindi, collaborare con tutti coloro che credono nell’uomo, a prescindere dalla loro fede”.
Don Tavolacci, vice rettore del seminario di Palermo, infine, ha colto nell’Evangeli Gaudium, con il suo invito all’attenzione alle periferie e alla conversione, l’inconciliabilità tra fede e mafia.
Le conclusioni del pomeriggio sono state tratte da Mons. Pennisi che ha dato le linee pastorali su come la Chiesa di Monreale deve affrontare il fenomeno mafioso.
— con Andrea Sollena e Benedetta Mascellino
MONS. PENNISI: “FEDE E MAFIA INCONCILIABILI” E DETTA LE LINEE PASTORALI PER IMPEGNARE LA CHIESA DIOCESANA A COMBATTERE LA MAFIA.
l’arcivescovo di Monreale Mons. Michele Pennisi, dice un no inequivocabile a qualsiasi collusione tra Chiesa e mafia. Dopo avere presentato un excursus storico su come la mafia sia stata combattuta in Sicilia, anche dalla Chiesa, facendo particolare riferimento a Don Luigi Sturzo, e dopo aver fatto il mea culpa per diversi episodi di collusione e contiguità che hanno indubbiamente interessato alcuni rappresentanti della Chiesa, il prelato monrealese ha dettato le linee pastorali che dovranno seguire le comunità parrocchiali e i credenti in genere per combattere la mafia.
Innanzitutto egli afferma che la Chiesa non può esimersi dalla lotta alla mafia, considerata qualcosa di totalmente altro rispetto ad essa.
In questa lotta, però, non ci si deve limitare alle invettive, ma si deve operare per la conversione di tutti gli uomini, compresi i mafiosi.
Un ostacolo, in questa opera di conversione, è senza dubbio la mentalità mafiosa che pervade la cultura e le abitudini della maggioranza dei siciliani. E’ necessaria, quindi, una grande opera di formazione che aiuti la comunità diocesana a liberarsi dai costumi mafiosi e a convertirsi.
In questo percorso formativo sarà sicuramente utile lo studio delle figure di santità che sono vissute nel nostro territorio ed hanno affrontato certamente lo scontro con la mentalità mafiosa: la Beata Pina Suriano a Partinico, il Decano Bacile a Bisacquino etc.
A ciò deve aggiungersi l’amore verso i poveri di senso della vita e l’attenzione verso le periferie dello spirito, territori nei quali è più facile farsi tentare da desideri mondani e delinquenziali.
La conversione dei mafiosi, però, afferma mons. Pennisi, non deve limitarsi al pentimento, ma deve comprendere anche la riparazione. Come Zaccheo restituì i proventi delle sue malefatte, così i mafiosi che si convertono devono distinguersi nettamente dal mondo in cui provengono, restituire il maltolto e denunciare in modo completo gli organigrammi mafiosi.
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