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Si stringe il cerchio su Messina Denaro, 16 arresti: i nomi, le foto e le intercettazioni



TUTTI I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE EDEN 2 DEI CARABINIERI E DEI ROS, GLI ARTICOLI DI RICCARDO LO VERSO E MONICA PANZICA (livesicilia)

La rete di fedelissimi al servizio del boss. Estorsioni e rapine per garantire la latitanza d’oro



L’associazione criminale che si muoveva all’ombra di Matteo Messina Denaro pianificava ogni attività con l’obiettivo di continuare a garantire la latitanza del boss di Castelvetrano. I duri colpi inflitti alla cosca del Trapanese, tra sequestri, confische e gli arresti di parenti diretti, non hanno infatti impedito al padrino di impartire tuttora ordini e di sfuggire ancora alla cattura grazie a continui canali di approvvigionamento economico. I suoi fedelissimi, con la guida del nipote acquisito Girolamo Bellomo, detto “Luca”, venivano così indirizzati verso le attività che potevano sicuramente rimpinguare le casse della cosca: boss e gregari erano al completo servizio del latitante e disposti a tutto per fare soldi e garantire la sua sicurezza.

Basti pensare che Girolamo Bellomo, 37 anni, marito della nipote di Messina Denaro, Lorenza Guttadauro, e secondo gli inquirenti adesso a capo della cosca, gestiva direttamente i nuovi affari di Cosa nostra. Dalle indagini dell’operazione “Eden 2” dei carabinieri del Ros emergono attività meticolosamente coordinate da Bellomo, detto “Luca”. Nuovi affari, tra cui traffici di droga con l’Albania e la Colombia. Ma sotto la sua guida c’era anche l’ascesa di nuovi personaggi all’ombra dello zio. L’ultima parola doveva sempre essere la sua. E per sfuggire alla cattura, Bellomo avrebbe avuto in mente di andare via dall’Italia, al punto da cercare, negli ultimi tempi, qualcuno che gli affittasse casa all’estero.

Nel frattempo, però, le nuove strategie basate sullo stretto legame tra la mafia trapanese e i boss di Brancaccio, hanno delineato un’organizzazione criminale disposta a tutto. Oltre al traffico di droga, per rimpinguare le casse di cosa nostra erano necessarie le estorsioni, con tanto di intimidazioni, danneggiamenti e aggressioni. Bellomo, d’altronde, avrebbe interamente preso in mano gli affari della cosca dopo gli arresti del cognato Francesco Guttadauro e di Patrizia Messina Denaro, finiti in manette nel dicembre 2013. E il passaggio del testimone obbligato ha nel frattempo permesso al super boss di rimanere latitante e di continuare a dettare legge. Quella che ormai aveva preso vita – secondo le accuse – era un’organizzazione di respiro internazionale: le intercettazioni svelano contatti, traffici e viaggi all’estero effettuati dallo stesso Bellomo che si sarebbe recato di persona in Albania per ritirare un grosso carico di marijuana ed era in contatto diretto con gli esponenti dei cartelli colombiani per pianificare l’importazione della cocaina dal Sud America. In particolare, Girolamo Bellomo era partito per l’Albania soltanto alcuni mesi fa, per recarsi subito dopo in Spagna ed Olanda. Poi, è rimasto per cinque giorni in Colombia. Al telefono con Salvatore D’Angelo, Bellomo aveva ultimamente manifestato l’esigenza di scappare all’estero:

Bellomo: “Gli arredamenti, le cose, dico veramente, ci possiamo sistemare, io già ad Enza gliel’ho detto, io penso che mi trasferirò là
D’Angelo:” Buono”
Bellomo: “Per lavoro”
D’Angelo:” Buono, ed io pure, facciamo avanti e indietro
Bellomo: “Facciamo, abbiamo una casetta, esatto eh, ci danno pure la, io gli ho detto “ma io per trasferirmi dovrei affittare una casa”, “te la diamo noi”

Insomma, Bellomo aveva riorganizzato la struttura criminale attraverso nuove affiliazioni e l’avvio di un pervasivo e rigido controllo del territorio con metodi violenti e intimidatori. Un sistema nel quale grande importanza era data a rapine ed estorsioni, sempre al fine di garantire la latitanza del padrino. Risale soltanto ad un anno fa, ad esempio, l’assalto nel deposito dell’azienda “TnT” di Campobello di Mazara. I locali appartengono alla “Ag Trasporti”, una Srl sequestrata perché riconducibile a Cesare Lupo, arrestato con l’accusa di essere un pezzo grosso della mafia di Brancaccio e “amministratore” dei beni dei fratelli Graviano. Da quel deposito furono rubati seicento colli di merce e diciassettemila euro in contanti, finiti tutti nelle casse della cosca di Francesco Guttadauro e Girolamo Bellomo, che in quel caso si avvalse di un commando formato da otto persone, di cui alcune non sono mai state identificate.

Sono stati due collaboratori di giustizia bagheresi, Salvatore Lo Piparo e Benito Morsicato, a raccontare che ci ci sarebbe la mafia dietro l’assalto: le indagini dimostrano come la decisione di procedere alla rapina fosse, in quell’occasione, fosse dettata dall’esigenza di compensare il danno economico provocato dal sequestro giudiziario e dalla successiva confisca della società. Bellomo era uno degli ultimi parenti di Matteo Messina Denaro a potere avere campo libero: negli ultimi anni e nel corso dei blitz antimafia delle forze dell’ordine, sono stati dieci i familiari del latitante a finire in arresto. E con lo scopo di far confluire nelle casse della famiglia i proventi necessari al sostentamento logistico dello zio, il nipote acquisito avrebbe anche esercitato pressioni su imprenditori di Castelvetrano, per garantire l’aggiudicazione di opere edilizie, a favore di società riconducibili ai Messina Denaro.

Bellomo poteva così contare – secondo gli inquirenti – anche su un gruppo di picchiatori e uomini fidati che mettevano in riga chi non abbassava la testa. Tra questi, i fratelli Leonardo e Rosario Cacioppo, finiti in arresto nel corso del blitz: i due, in base a quanto accertato dagli investigatori, hanno minacciato il potenziale acquirente di una pizzeria di loro proprietà, che dopo avere preso accordi soltanto verbalmente, fece marcia indietro. I fratelli lo pressarono pretendendo i trentamila euro pattuiti: il clan di Bellomo non poteva permettersi di perdere quei soldi. I Cacioppo, allora, dando vita ad una vera e propria caccia all’uomo, si recarono dal nipote del commerciante, colpirono con forza la porta della ditta in cui lavorava e costrinsero il parente a consegnare un ‘anticipo’ di tremila e cinquecento euro

Parallelamente, gli affari di Bellomo proseguivano. Si era anche presentato insieme a Giambalvo – il consigliere comunale accusato di avere partecipato al pestaggio di un pregiudicato – agli imprenditori che stavano realizzando un nuovo centro commerciale a Castelvetrano, “L’Aventinove”, per imporre le ditte collegate al clan mafioso. Ma non finisce qui, perché quando i gioielli di famiglia furono rubati, bisognava recuperarli. Fu allora che il sospettato dell’associazione, il pregiudicato Massimiliano Angileri fu pestato a sangue da Giuseppe Fontana e Calogero Giambalvo. Un raid punitivo al quale seguì “l’avvertimento” di Fabrizio Messina Denaro, detto Elio: Rosario Cacioppo lo incaricò di minacciare la madre del presunto autore del furto perché i gioielli della famiglia “dovevano tornare indietro”, proprio come viene riferito a Vito Tummarello, tra i sedici arrestati di oggi:

Cacioppo: “Quando praticamente il fatto che gli abbiamo detto a Elio (Fabrizio Messina Denaro inteso Elio, ndr ) di andare dalla vecchia a dirle di prendere le cose per darcele… non ci sono 50 mila euro tuoi dice noi abbiamo preso inc.. e lo abbiamo portato al co…la voglio vedere tutta se gli fa il regalo e lui e spaventato perché dice che ancora cercano il colpevole e mi avete buttato la patata bollente a me … di qua… di là… dice ma intanto hai recuperato 50 mila euro d’oro ed hai fatto una figura a Castelvetrano che praticamente tutta Castelvetrano dice minchia hanno rubato a casa di Peppe Rocky (Giuseppe Fontana, ndr) e vedi quello che è successo dice vedi che hai preso punti anzi e lui se l’ è presa perché secondo lui non doveva essere fatta una cosa del genere.

Tra gli uomini che formavano la rete al servizio di Messina Denaro, anche degli insospettabili. Si tratterebbe di un elettrauto che controllava se nelle vetture del boss ci fossero microspie e un dipendente della Motorizzazione civile di Trapani che verificava le targhe sospette. Ma anche una comparsa della soap opera della Rai “Agrodolce”, girata in Sicilia, Salvatore Lo Piparo, che sarebbe affiliato al clan di Bagheria, da sempre vicino a Messina Denaro.

“il caso delle elezioni 2012” Voti comprati dai boss Il flop delle Regionali

L’imprenditore avrebbe comprato i voti della mafia, ma a Castelvetrano il controllo delle preferenze fu un flop. Si aggiungono nuovi particolari alle vicende di Riccardo Licata, imprenditore napoletano che avrebbe chiesto il sostegno elettorale dei boss per la sorella Doriana (che non è indagata), candidata alle Regionali 2012 nella lista dell’Mpa di Raffaele Lombardo: ottenne 4.686 voti, ma non sono bastarono per entrare all’Ars.

Nel maggio 2013 della magra figura rimediata discuteva anche Rosario Cacioppo, oggi finito in carcere nel blitz antimafia tra Palermo e Castelvetrano: “… il Licata praticamente, ultra miliardario, comprava i voti per sua sorella… per dire…. che ne so, a Marsala, il tizio gli ha dato cento mila euro e gli fece trovare mille voti”. A Castelvetrano le cose non andarono per il verso giusto: “… qua hanno dato centomila euro… sono comparsi, praticamente diciamo, solo i nostri voti, trecento voti… dice e ‘gli altri settecento voti?’… quindi se li mangiarono i voti e questi soldi li fece scomparire Saro Allegra, qualche settantamila euro, quando si sono mossi persone di Castelvetrano…”.

Saro Allegra è uno dei cognati di Matteo Messina Denaro, avendo sposato la sorella Giovanna:“… quelli di Campobello vennero al ristorante, c’era mia madre e tutti, ci siamo chiusi lì dentro, quello di Campobello dice – raccontava Cacioppo – io dice a Castelvetrano non servirò più a nessuno dice e quando poi, gli arriverà all’orecchio a chi di dovere (Matteo Messina Denaro ndr) gli dico quel vastaso di suo cognato, ha fottuto i soldi… a noi altri, quando noi altri dice abbiamo fatto tutti la galera, senza parlare per lui, e noi altri siamo stati tutti a disposizione”. E così Saro Allegra si meritò una bella strigliata: “… siamo andati ad incontrare a Saro Allegra, minchia lo abbiamo cazziato in mala maniera… ma quelli di Campobello avevano intenzioni brutte, avevano…”.

Chi avrebbe dovuto avvertire Matteo Messina Denaro della magra figura rimediata da Allegra? Secondo gli investigatori, si trattava di Francesco Guttadauro. Un’ipotesi confermata dal cugino del latitante, Lorenzo Cimarosa, che ha collaborato con i pubblici ministeri offrendo spunti interessanti e riscontrati, ma sulla cui piena attendibilità gli stessi pm nutrono dubbi: “… questo signor Licata gli hanno truffato i soldi: lui ha cercato delle persone per i voti, poi gli hanno detto che gli facevano trovare dei voti… perché questo signore è andato a trovare il Guttadauro… Licata Aldo Roberto… poi hanno litigato Francesco Guttadauro con Rosario Allegra, dicendogli il Francesco Guttadauro: ‘Ora glielo dico a mio zio, questa vicenda’. A Matteo Messina Denaro, che lui si era preso, praticamente, questa briga di potere fare questa cosa, senza ordine di nessuno, perché lui non fa niente, se non glielo dice lo zio”.

La rapina all’Ag Trasporti. I soldi per la latitanza

I collaboratori di giustizia raccontano i retroscena dell’operazione che ha sgominato il clan dei fedelissimi di Matteo Messina Denaro.

“Colui che ha investito un po’ dei soldi sulla rapina è stato Provenzano Giorgio di Bagheria”. Inizia con queste parole la ricostruzione del colpo ai danni della Ag Trasporti di Campobello di Mazara. A parlare di Provenzano, capo decina della famiglia mafiosa di Bagheria, è il cognato Benito Morsicato: “Ha investito un po’ i soldi… per fare sia i giubbottini della Polizia, perché la rapina è stata fatta vestiti da poliziotti, con passamontagna, vestiti da poliziotti…”.

Gli autori del colpo avrebbero dovuto lasciare una percentuale del bottino ai mafiosi trapanesi che avevano continua necessità di soldi in contanti per gestire la latitanza di Matteo Messina Denaro: “Il 10% doveva andare al paese, al paese significava a chi aveva tutta la zona in mano… allo zio… dopo la rapina si presentò Claudio (Girolamo Bellomo ndr) che già era stata venduta della merce, perché c’erano delle esigenze, dopo gli arresti, delle esigenze che gli bisognava intorno ai 5, 8 mila euro, perché parlavano…”.

Siamo nel dicembre dell’anno scorso, quando vengono arrestati, tra gli altri Francesco Guttadauro e Patrizia Messina Denaro: “… gli servivano dei soldi perché c’era una persona molto in difficoltà e gli serviva del contante, e io sempre presumevo che si trattava o di lui o di qualcuno vicino a lui, per garantire la latitanza… Ruggero gli diede 5000 euro… e in più poi al paese rimanne, perché se ne occupò direttamente uno degli arrestati, del nipote di Matteo Messina Denaro, che forse è il fratello della moglie di Claudio, c’era intorno ai 20.000 di merce della Thun”.

Anche un altro collaboratore di giustizia ha parlato della necessità che una rapina “in trasferta” venga autorizzata: “Parte del bottino è andato alla famiglia di qua… di là e alla famiglia di qua. Questo è poco ma sicuro. Di qua a Giorgio Provenzano circa 2 mila euro e a loro non so quanto. Allora, l’unica autorizzazione che non si chiede quando si fa la rapina in un paese, anche se io vado a fare una rapina ad esempio a Trapani, se sono posta e se sono banche, però che non siano banche che magari l’edificio è di proprietà di qualcuno, di qualche persona là, per rubare allo stato non si chiede autorizzazione. Cioè se devo andare a fare una rapina alla posta o allo Stat… alla banca, non devo chiedere nessun autorizzazione a nessun capo-famiglia”. Il bottino fu diviso in a cena in un ristorante nel dicembre 2013.

Curioso l’episodio del travestimento da poliziotti adottato dalla banda. A riferirlo è Lo Piparo: “Dopo circa una settimana mi convoca Ruggero (Ruggero Battaglia ndr)…e mi fa: domani ti porto dei giubbottini. E mi ha portato 6 giubbottini vuoti, neri, dei gilet. Io questi gilet li ho portati in un negozio di Bagheria… in via Consolare a Bagheria, non mi ricordo il numero civico. Li ho lasciati là e pagai 90 euro, per fargli mettere la scritta Polizia, davanti e dietro.. io gli chiesi… siccome dobbiamo fare un film, gli dissi, ci servono le comparse dei poliziotti, siccome io ho fatto la parte, quattro parti in una telenovela che si chiama “Agrodolce” che fecero… io feci la parte giusto giusto, sembra incredibile, ma ho fatto la parte del poliziotto”. E mentre lo racconta Lo Piparo ride di gusto. Infine Morsicato aggiunge particolari sul trasporto della merce rubata a Palermo – circa seicento colli di prodotti – che fu scaricata in un magazzino fra Ficarazzi e Villabate e successivamente nascosta in una villa a Ciaculli.

La certezza degli inquirenti:”Matteo perno di Cosa nostra”

Il super latitante Matteo Messina Denaro, considerato il fulcro delle attività di Cosa nostra. “Una figura centrale – ha detto il procuratore aggiunto teresa principato nel corso della conferenza stampa per illustrare i dettagli dell’operazione “Eden 2” -. Nonostante non abbia voluto spingere oltre la stretta cerchia del territorio trapanese – ha aggiunto – siamo convinti che sia il vero e proprio “cervello operativo” di tutte le attività, il perno attorno a cui ruota Cosa nostra.

Anche per i profili di pericolo e nell’ambito di certe prospettive stragiste su cui in questi giorni stiamo facendo i conti. D’altronde la sua presenza, anche se non materiale, è semre emersa durante le nostre attività di intercettazione. Basti pensare che in occasione di questioni di leadership, fu lo stesso boss latitante, tramite una lettera, a riferire che il nipote, nuovo suo ambasciatore, comandava su tutto.

Un’associazione ormai indebolita da decine di sequestri e confische che hanno colpito fortemente il patrimonio di Cosa nostra, ma sono fondamentali anche gli arresti dei familiari di Messina Denaro – hanno proseguito gli inquirenti – perché è proprio sui parenti che il latitante ripone fiducia ed affida incarichi riservati. Nel corso delle ultime operazioni antimafia gli appartenenti alla famiglia di Messina Denaro finiti in manette sono dieci”.

Il consigliere comunale che partecipò al blitz punitivo

Consigliere comunale del Comune di Castelvetrano, nominato per surroga di un precedente componente chiamato a fare l’assessore, adesso è accusato di associazione mafiosa, tentata estorsione e sequestro di persona. Si tratta di Calogero Giambalvo, arrestato nel corso dell’operazione dei carabinieri del Ros “Eden 2” insieme ad altre quindici persone. Secondo gli investigatori Giambalvo avrebbe partecipato anche ad uno degli episodi di “pestaggio”, definiti dal procuratore aggiunto Teresa Principato, degni di “Arancia Meccanica”. Nel dettaglio, il consigliere avrebbe partecipato all’aggressione nei confronti di Massimiliano Angileri, sospettato di essere l’autore di un furto di gioielli.

I preziosi sarebbero stati quelli portati via dalla casa della madre del pregiudicato Giuseppe Fontana e sarebbero stati di proprietà della famiglia di Matteo Messina Denaro. In base a quanto è emerso dalle indagini, sarebbe stato Bellomo ad autorizzare il pestaggio. Con la sua regia dietro, Angileri fu rinchiuso in un casolare e massacrato a calci e pugni, per essere poi abbandonato in gravissime condizioni per strada.

Fu ricoverato con prognosi riservata per un mese. “Giambalvo – spiegano gli inquirenti – dopo aver partecipato al raid violento finito con il pestaggio, non ebbe alcun rimorso”. Le uniche parole da lui pronunciate al termine dell’aggressione si riferirono al fatto che avrebbe dovuto disfarsi anche di un bellissimo maglione ormai sporco di sangue.

“Ruba oro alla madre di Matteo” Scatta la spedizione punitiva

Agosto 2013. A casa di un pluripregiudicato di Castelvetrano, Giuseppe Fontana, furono rubati gioielli. E partì la caccia all’autore del furto perché, come svelerebbero le intercettazioni, parte della refurtiva apparteneva alla famiglia di Matteo Messina Denaro.

Alla fine le “indagini” di Cosa nostra si concentrarono su un altro pregiudicato che fu sequestrato sotto gli occhi della compagna e della figlia, rinchiuso in un casolare e massacrato a botte. Lo abbandonarono per strada in fin di vita.

Un pestaggio brutale autorizzato, secondo gli inquirenti, da Girolamo Bellomo: chi aveva osato rubare a casa di uno che “si è fatto vent’anni di galera” andava punito in modo esemplare. In un’intercettazione c’è chi è stato registrato mentre diceva: “… ma gli ha fottuto 60 mila euro d’oro, alla madre di Matteo… 60 mila euro d’oro, tutto, proprio da lei, l’oro pure della signora Lucia avevano preso”. Stavano parlando della madre del latitante e di Lucia Panicola, suocera di patrizia Messina Denaro.

I NOMI
dei 16 arrestati nell’operazione Eden 2: Girolamo Bellomo, Ruggero Battaglia, Salvatore Marsiglia, Salvatore Vitale, Gaetano Corrao, Ciro Carrello, Calogero Giambalvo, Fabrizio Messina Denaro, Rosario Cacioppo, Leonardo Cacioppo, Giuseppe Fontana, Vito Tummarello, Valerio Tranchida, Salvatore Circello, Luciano Pasini, Giuseppe Nicolaci. Quest’ultimo era già detenuto.

(IN AGGIORNAMENTO)

IL VIDEO DELLE  INTERCETTAZIONI

LE FOTO DEGLI ARRESTATI

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