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La mafia non va in pensione, “Grande Passo 2”, le interviste, le intercettazioni, le foto



“… tu, per metterti in regola, non stiamo parlando di cifre alte”, diceva Antonino Di Marco, dall’alto del suo ruolo di presunto capomafia di Palazzo Adriano con in mano pure le redini della cosca di Corleone. E l’imprenditore si mostrava più che disponibile a pagare la messa a posto: “La condivido da un punto di vista proprio morale, no da un punto di vista di speculazione…”. Qualche mese dopo, fortunatamente, la vittima avrebbe deciso che era meglio sbattere la porta in faccia ai mafiosi che lo avevano messo in ginocchio. Le pretese di denaro del clan, di fatto, gli hanno impedito di aprire una seconda rivendita di automobili a Bolognetta. Spalle al muro, ha trovato il coraggio di denunciare i suoi estorsori.



Le dichiarazioni che ripercorrono il suo travaglio interiore fotografano il modus operandi, ripetitivo, dei mafiosi. Il primo errore, però, come spesso accade, lo compiono gli stessi imprenditori cercando la mediazione per la messa a posto. In questo caso il venditore di auto si sarebbe rivolto a Nicola Parrino di Palazzo Adriano, arrestato assieme a Di Marco nel settembre scorso. Sarebbe stato lui a proporsi di accompagnare la vittima nell’ufficio di Di Marco. Ecco il suo racconto: “Fui fermato da Parrino Nicola il quale si informò se avessi pagato la cosiddetta ‘messa a posto’ alla famiglia mafiosa, specificandomi che se non l’avessi fatto lui mi avrebbe indicato un soggetto al quale pagarla. Con lui mi recai a Corleone in un ufficio del campo sportivo comunale, dove Parrino mi presentò Di Marco Antonino, quale referente della famiglia mafiosa al quale pagare l’imposizione mafiosa. Di Marco mi obbligò a pagare inizialmente una cifra di circa duemila euro e poi mi spiegò che avrei dovuto anche pagare la somma di circa seicento euro al mese, una sorta di rata mensile da corrispondergli per non avere danneggiamenti alla mia attività”.


L’imprenditore cedette “per timore di eventuali ripercussioni da parte di queste persone e conoscendo la posizione di Di Marco e Parrino, accettai a corrispondere le somme in denaro richieste”. Pagò duemila euro e due rate mensili da seicento euro. Di Marco, intercettato, era stato convincente: “Qua ci sono, determinate persone che sono disturbate nei tuoi confronti per questo motivo, perché bello chiaro, parliamo chiaro, se non c’era questa situazione, tu avevi solo di caricarti tutte cose e vattene, qua siamo a questi livelli”. “Sì ma io per trovare duemila euro tra oggi e domani, vedi che per cento euro poi impazzisco”: la vittima lo rassicurava, aveva iniziato la ricerca del denaro. Ricerca andata a buon fine: “Oh io lo li sto andando a prendere le mille, oh che li ho già pronti per andarli a prendere. Fai che gli altri mille Totò me li da”.

Poi, si rese conto che era un costo insostenibile. Anche perché si aggiunse presto una seconda somma di denaro. Il pizzo non doveva versarlo solo alla famiglia di Corleone, ma pure a quella di Villafrati che aveva il controllo sulla fetta di territorio dove aveva deciso di aprire la sua seconda attività. Così raccontava Parrino: “Stamattina mi è venuto a trovare, dice che una settimana fa sono andati… a Villafrati a trovarlo… persone. E ci dissero… così senza dire niente, dice, vai là, apri, dice, sinceramente, siamo magari siddiati”.

“Dopo qualche giorno si presentarono da me all’autosalone di Bolognetta – si legge ancora nella ricostruzione della vittima – Di Marco e Parrino i quali mi dissero che per sistemare la messa a posto per l’apertura del mio locale, avrei dovuto prendere contatti e fissare un appuntamento con Badami Franco di Villafrati che fino ad allora non conoscevo”. In soldoni, servivano altri due mila euro. Che alla fine l’imprenditore versò ai mafiosi di Palazzo Adriano che li girarono a quelli di Villafrati.

di Riccardo Loverso
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