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Partinico, Comune chiude due negozi: «Titolari in odor di mafia»



Sui titolari pende una interdittiva antimafia della prefettura di Palermo e per questo motivo il Comune di Partinico decide di chiudere le loro attività economiche. Per l’esattezza di tratta di due esercizi commerciali di somministrazione cibi e bevande. Per entrambi è arrivata in questi giorni l’ordinanza di chiusura per effetto della revoca d’ufficio della Scia, la certificazione di inizio attività, documento indispensabile per poter aprire un’attività commerciale.



Entrambi i proprietari si erano avvalsi del sistema “impresainungiorno”, la piattaforma telematica che permette in modo snello di ottenere il via libera all’apertura di un’attività economica con pochissimi passaggi burocratici, in attesa poi degli eventuali approfondimenti che vengono successivamente sviluppati dal Comune. E proprio queste verifiche successive hanno portato all’emissione delle due ordinanze di chiusura degli esercizi.

Gli uffici del Settore 4 ‘Pianificazione e sviluppo del territorio’ hanno attivato una serie di verifiche sui titolari della concessione: dai certificati del casellario giudiziale e dei carichi pendenti richiesti alla procura, passando per il certificato della banca nazionale antimafia. E da qui è venuto fuori come entrambi gli imprenditori avessero a carico dei provvedimenti antimafia interdittivi rilasciati dalla prefettura di Palermo.

Il Comune di Partinico, oggi governato dalle commissari prefettizie Concetta Caruso, Isabella Giusto e Maria Baratta, ha adottato delle misure di controllo molto stringenti in materia sin da quando è stato commissariato, nel luglio del 2020, per infiltrazioni mafiose su decreto del Consiglio dei ministri. Per effetto di tale provvedimento, in materia di documentazione antimafia trova immediata applicazione nella municipalità, e fino ai cinque anni successivi allo scioglimento, la più severa disciplina che impone l’acquisizione della documentazione antimafia nella forma più rigorosa della informativa.

Tra l’altro la giurisprudenza amministrativa, a fronte della sempre più frequente constatazione empirica che la mafia tende ad infiltrarsi capillarmente in tutte le attività economiche, ha sottolineato l’esigenza di elevare il livello della tutela dell’economia legale dall’aggressione criminale, anche relativamente ai rapporti amministrativi che consentono l’esercizio di attività economiche subordinandole al controllo preventivo della pubblica amministrazione.

Per cui anche in “ipotesi di attività private soggette a mera autorizzazione” ha confermato che la disciplina dettata dal decreto legislativo del 2011 e consente l’applicazione della normativa della documentazione antimafia nella forma più rigorosa delle informative anche relativamente ai rilasci della Scia e alle autorizzazioni, e ciò indipendentemente dall’importo. Motivo per cui secondo gli uffici comunali l’esistenza di un’interdittiva antimafia concretizza quei “motivi imperativi di interesse generale” previsti dalla normativa comunitaria e nazionale a giustificazione dei limiti al principio del libero svolgimento di attività private.

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