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Alcamo, la strana storia dei pasti ai finanzieri Giudice da ragione al Comune

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Quei pasti ai finanzieri nell’estate del 2015 non devono essere pagati dal Comune di Alcamo. Così ha stabilito  il giudice di pace di Alcamo che ha accolto il ricorso del municipio contro il decreto ingiuntivo presentato dalla ditta che aveva fornito quei pasti, la ditta alcamese “Cibus”.

Non c’è alcun atto formale, alcuna deliberazione in buona sostanza, con cui si definiscono i rapporti tra le parti e per questo motivo il giudice Paolo Tesoriere ha annullato il decreto ingiuntivo e condannato la ditta a pagare le spese di giudizio. La vicenda è quella che riguarda l’iniziativa che nel 2015 venne realizzata dal ministero dell’Interno su tutto il territorio nazionale con il famoso “Piano per il potenziamento dei servizi di vigilanza estiva per l’anno 2015”.

Si trattava in pratica della possibilità di poter distaccare alcuni appartenenti alle fiamme gialle o ai carabinieri per lo svolgimento di servizi extra di vigilanza sul territorio, specie nelle aree più densamente popolate nel periodo estivo. In cambio di questo utilizzo di personale il Comune avrebbe dovuto garantire vitto e alloggio. Ed effettivamente l’ente locale diede la disponibilità di utilizzo di un immobile confiscato alla mafia a 8 militari della tenenza della guardia di finanza.

Allo stesso modo sarebbero stati accertati dei contatti tra gli uffici comunali e la ditta di fornitura pastiche avrebbe inviato un proprio preventivo di spesa “cui tuttavia – specifica il giudice di pace – non ha fatto seguito alcun atto formale di accettazione e men che mai la stipula di un accordo scritto”. La ditta ha dapprima richiesto il pagamento, pari a 1.200 euro per la fornitura dei pasti in poco meno di un mese di servizio prestato dai militari, direttamente alla tenenza della guardia di finanza che però ha rigettato la richiesta.

In pratica è stata riconosciuta la somministrazione  dei pasti al personale in servizio, ma il comandante delle fiamme gialle dell’epoca ha riferito di “contatti informali con il segretario generale del Comune in carica, per individuare  le soluzioni  di vitto  e alloggio”, invitando lo stesso ente locale Comune ad intraprendere “ogni attività amministrativa utile per il soddisfacimento de debito” rivendicato dal fornitore. Soldi che però il Comune non uscì mai perché non solo non fu mai formalizzato alcun contratto tra le parti ma non vi era nemmeno traccia di alcun impegno di spesa.

Categorico sotto questo aspetto il giudice di pace: “La pubblica amministrazione – si legge nella sentenza – si obbliga solo attraverso la forma scritta, espressione compiuta di un potere decisionale che viene documentato ad substantiam, non potendo riconoscere debiti fuori bilancio sanando la mancanza dell’atto negoziale”.

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