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In Sicilia copertura contro Rotavirus al 60%, ancora troppo bassa



La vaccinazione anti Rotavirus in Sicilia non ha ancora raggiunto gli obiettivi previsti dal Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV), ovvero del 95%. L’introduzione in Sicilia della vaccinazione raccomandata nel piano regionale, che risale al 2013, ha inciso positivamente sulla riduzione dei casi. Da una media nel 2013 di 960 ricoveri in reparti pediatrici e neonatologia, nei 4 anni successivi abbattuto del 50% i ricoveri



 In collaborazione con Adnkronos. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato nel 2009 una raccomandazione per includere la vaccinazione anti Rotavirus nei programmi vaccinali di tutti i Paesi. La Sicilia nel 2013 è stata la prima regione in Italia a ricevere questa vaccinazione in offerta attiva gratuita. Ma, ciò nonostante, si fatica a raggiungere le coperture vaccinali attese, come indicato dal PNPV 2017-2019 che prevede un target del 95%.


Eppure i numeri della gastroenterite da Rotavirus in Italia sono notevoli: un caso al minuto, circa 27.000 al mese, più di 400.000 bambini colpiti ogni anno. Si tratta di una patologia, molto diffusa ma poco conosciuta, che colpisce i bambini al di sotto dei cinque anni, spesso entro il primo anno di vita, provocando diarrea, febbre, vomito e disidratazione, con sintomi così gravi da richiedere anche il ricovero in ospedale. Il vaccino rimane l’unico vero metodo attualmente a disposizione per prevenire queste conseguenze.

È quanto emerso in occasione della tavola rotonda “Prevenzione della malattia da Rotavirus: l’importanza della vaccinazione per #unapreoccupazioneinmeno.


Poiché non esiste una terapia antivirale specifica per l’infezione da Rotavirus, il vaccino rimane l’arma più importante per combattere l’infezione. “Il virus si diffonde facilmente nelle comunità infantili sotto i cinque anni ed è ad alta trasmissibilità – ha affermato il professor Francesco Vitale, Ordinario di Igiene all’Università di Palermo e Responsabile UOC Epidemiologia clinica con registro Tumori A.O.U.P. Palermo -. Va inoltre considerato che è più presente d’inverno, stagione in cui le neonatologie e i pronto soccorso pediatrici sono più affollati per malattie respiratorie acute. Una situazione che rende più favorevole l’epidemia in ospedale. La gastroenterite che ne deriva è molto violenta, acuta, specie in bimbi sotto il primo anno di età e può dare una grave disidratazione, fino a portare al ricovero in terapia intensiva, addirittura si può arrivare al decesso. Però il vaccino è uno strumento molto efficace, più valido di qualsiasi altra forma di prevenzione”.

L’introduzione in Sicilia della vaccinazione raccomandata nel piano regionale, che risale al 2013, ha inciso positivamente sulla riduzione dei casi. Da una media nel 2013 di 960 ricoveri in reparti pediatrici e neonatologia, “nei 4 anni successivi abbiamo abbattuto del 50% i ricoveri, pari a 450 – ha continuato Vitale -, un risultato importantissimo visto il danno che il virus può creare. Resta il fatto che non abbiamo ancora raggiunto una copertura ottimale”.

Specchio della frammentazione nazionale, il livello medio siciliano di adesione al protocollo vaccinale è del 60%, un dato da migliorare se lo si pone a confronto, ad esempio, con l’80% della Calabria e l’81% del Veneto. Sono le province della Sicilia occidentale a raggiungere uno standard migliore, mentre il centro e l’est della regione sono più penalizzate, con Messina che si connota come provincia più complessa da gestire in generale dal punto di vista vaccinale.

Davanti ai timori avanzati dalle famiglie, il medico pediatra ha un compito molto importante. “Noi siamo il tramite tra le istituzioni e la salute del bambino, quindi, credo che la prima cosa sia informare e coinvolgere i genitori – ha affermato Antonino Gulino, pediatra di libera scelta -. Chi si documenta su “Dottor Google” pensa che il danno del virus sia una semplice diarrea: tocca quindi a noi dire che invece il Rotavirus dà conseguenze gravi. Ho testimonianza di ricoveri di bimbi in shock finiti in terapia intensiva”. Occorre inoltre, secondo Gulino, che si implementino le sedi vaccinali alternative, in modo che l’opportunità di vaccinare i piccoli sia più accessibile, “estendendo la possibilità di vaccinare anche ai pediatri: sono figure di famiglia e hanno più possibilità di essere ascoltati da parte dei genitori”.

L’esempio della provincia di Trapani, con il suo 79% di copertura, segna una strada fatta di collaborazione con il Dipartimento di prevenzione e pediatri, però resta la difficoltà in ben il 20% dei bambini sottoposti alla prima somministrazione di concludere il ciclo entro i sei mesi di vita. “Sappiamo che questa vaccinazione va fatta con questa tempistica, oltre non si può andare – ha chiarito Giuseppe Vella, pediatra di libera scelta e segretario regionale Fimp, la Federazione italiana medici pediatri -. L’impatto del Covid sui servizi si fa sentire. Dobbiamo lavorare per tornare alla collaborazione tra operatori che c’era prima della pandemia. Si deve continuare a formare, fare cultura tra pediatri, igienisti, operatori vaccinali. E migliorare l’accesso all’anagrafe vaccinale, che può dare informazioni fondamentali al pediatra per indirizzare il genitore a completare il ciclo vaccinale”.

Per migliorare i dati, è necessario che si segua “una strategia condivisa, puntando sulla formazione e sull’informazione – ha evidenziato Alessandro Arco, direttore UO Neonatologia all’Azienda ospedaliera universitaria G. Martino di Messina -. E gli operatori devono informare i genitori sulla sicurezza del vaccino. Gli studi scientifici internazionali dimostrano la validità di questo strumento preventivo. Certo, occorre fare sempre una buona anamnesi, con particolare attenzione all’epoca neonatale prima delle 24 settimane e nei nati pretermine, ma ciò vale anche per tutte le altre vaccinazioni. Purtroppo, in trent’anni di terapia intensiva ho assistito anche a delle morti di piccoli non vaccinati contro il Rotavirus”.

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