L'intervista shock

Telejato, parla Orioles: «Io direttore fantasma, non ho mai controllato cosa andasse in onda»

C’è un momento preciso in cui l’epopea romantica del giornalismo d’inchiesta siciliano si frantuma contro la realtà contabile e giudiziaria, rivelando che dietro il paravento della legalità sbandierata si nascondono le stesse dinamiche di sfruttamento, opacità e clientelismo che si pretenderebbe di combattere. Questo momento coincide con il crollo di Telejato, l’emittente televisiva di Partinico, dal 1999 nelle mani della famiglia Maniaci, trasformata da simbolo planetario della lotta a Cosa Nostra a grottesco palcoscenico di violazioni amministrative, fiscali e lavorative. Una parabola che si è compiuta definitivamente con la revoca della “Villa della Legalità” a Borgetto, un bene confiscato alla mafia e sottratto all’associazione “Telejato ETS” (costola dell’emittente televisiva, ndr) dal Comune proprio a causa di gravi irregolarità e subassegnazioni non autorizzate.

Ma la fine di Telejato non è solo la storia di Pino Maniaci. È, soprattutto, il ritratto del fallimento morale di chi quella baracca avrebbe dovuto dirigerla e controllarla, garantendone la tenuta deontologica. Riccardo Orioles, compagno di Pippo Fava, allievo dei grandi maestri del giornalismo, erede morale dei Siciliani, è oggi il direttore responsabile di questa emittente. Un direttore fantasma. Un direttore che latita, che confessa candidamente di non aver mai messo piede nella redazione e di non sapere nemmeno, con esattezza, chi sia il proprio editore.

Nel panorama del giornalismo contemporaneo, la figura di Orioles incarna la deriva patologica di una professione in cui il vertice abdica a ogni funzione di controllo, delegando tutto e trasformando la direzione in un mero simulacro legale. Un paravento di prestigio, una pedina illustre utilizzata per dare copertura morale a chi, nel frattempo, calpestava i diritti più elementari dei lavoratori, a chi non rispettava neanche un briciolo di regole convinto di potersela sempre cavare. Il circuito dell’antimafia militante si rivela così identico a quello delle Partecipate regionali o provinciali: scatole dove ai vertici non si colloca un manager o un controllore rigoroso, ma esponenti del “circuito” stesso, scelti per appartenenza identitaria, per il nome che portano, per i meriti del passato, per le amicizie con il politico di turno che posiziona il suo “pupillo” senza che quest’ultimo abbia nessuna competenza. È il gioco delle parti: chi ha potere, gestisce potere. Ed Orioles è stato messo lì, dall’antimafia, proprio come una pedina, l’erede di Fava usato come scudo umano per le scorribande editoriali e personali di Maniaci.

Eppure, la grandezza storica di Orioles non è in discussione; il suo passato è mille volte più illustre di quello di un Masaniello di provincia come Maniaci, un imprenditore caduto in bassa fortuna che si è reinventato giornalista per tirare a campare. Ma la constatazione è brutale: il direttore responsabile non sa fare il direttore responsabile. A quasi 77 anni, logorato da problemi di salute che gli impediscono persino di scrivere — costringendolo a sostituire gli articoli con “chiacchierate” settimanali registrate —, Orioles vive una decadenza dolorosa. Beneficia della legge Bacchelli, intascando duemila euro lordi al mese destinati ai cittadini illustri in gravi difficoltà economiche. Un sussidio che apre un interrogativo etico profondo: l’antimafia ha davvero bisogno di essere stipendiata dallo Stato? La legalità non dovrebbe essere un valore scontato, un presupposto naturale dell’essere cittadini, piuttosto che un titolo di eccezionalità da remunerare a vita? Se fare antimafia significa semplicemente vivere onestamente, l’eroismo diventa un’etichetta commerciale.

Ho deciso di contattarlo, ero curioso di capire chi si celasse dietro un momumento vivente. Gentile, cortese e disponibile, mi ha concesso un’ora di chiacchierata, un’intervista, quella fatta ad Orioles, che però, insieme ai precedenti colloqui telefonici, svelano un abisso di ipocrisia, in cui il vecchio leone scredita e, a tratti, sfotte senza mezzi termini il suo protetto, salvo poi arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile.

La confessione del Direttore Fantasma: “Responsabile sì, ma non direttore”

Quando si incalza Orioles sulle macerie di Borgetto, sulla revoca del bene confiscato per violazioni delle leggi sul lavoro e subappalti abusivi, su un’assegnazione fumosa e alquanto discutibile, la risposta è un capolavoro di scaricabarile, una risposta prevedibile da uno che mastica antimafia da oltre mezzo secolo:

“Con la massima possibilità e sincerità, io sono il direttore responsabile di Telejato e del provvedimento sull’assegnazione del bene ho saputo naturalmente, non ritengo di fare commenti, non ho i dati, non ho la competenza.”

Un’ammissione di impotenza, da parte del direttore di una testata che, abusivamente, continua ad operare e trasmettere all’interno di un bene confiscato assegnato a terzi, che diventa ancora più grave quando Orioles ripercorre la genesi del suo rapporto con Maniaci. Ammette di aver fatto un’indagine preliminare molti anni fa, scoprendo che Maniaci era solo un commerciante con “qualche piccolo problema giudiziario”, ma di essersi fatto convincere a mettere la firma nella testata. Una firma concessa con leggerezza, per difendere trasmissioni prolisse e coraggiose, ma che oggi pesa come un macigno. Orioles non nasconde il proprio disprezzo antropologico e professionale per l’uomo che ha coperto per anni:

“Maniaci assomigliava a qualche personaggio dei fumetti, mi perdoni, con Maniaci non ho alcun rapporto da circa 3 anni. Io non voglio avere qualcosa a che fare con Maniaci come persona, non è esattamente il mio modello di giornalista, però ho ritenuto doveroso difenderlo con la mia firma. E se devo essere però sincero, sono responsabile ma non direttore, perché non ho mai partecipato a queste trasmissioni, non intendo farlo, né ho mai controllato i contenuti che, negli anni, sono via via andati in onda.”

Ecco il nocciolo della questione: il controllo deontologico azzerato. Orioles ammette di non aver mai messo piede nella redazione. Eppure, per decenni ha garantito l’impunità legale a un personaggio che, per sua stessa ammissione, recitava una parte comoda, quella del martire che non è mai stato. “Maniaci non è un eroe luminoso“, afferma con un pizzico di ironia, e ricorda che quando avviò la collaborazione riceveva segnalazioni continue su cambiali protestate, storie paesane e vicende private torbide, come la macabra uccisione del cane di Maniaci, venduta come una vendetta da parte della mafia, ma che, a seguito delle intercettazioni, si è rivelata una mera ritorsione del marito della presunta amante, che per vendetta e gelosia decise di reagire così. Orioles lo descrive come un “Panciovilla” o un “Masaniello”, un uomo bizzarro, vanitoso, egoista, che si è trovato al posto giusto nel momento giusto. Aggiungo io: ha cavalcato l’onda della celebrità. La rottura tra i due è totale. Orioles dichiara apertamente di non volerlo più vedere né sentire, di averlo cancellato dal proprio orizzonte. Ma allora perché restare al vertice della testata? La risposta è un insulto al giornalismo d’inchiesta: Orioles confessa che la sua è solo una funzione di tutela residua, uno “spirito di protezione” ideologico che deriva dai primi anni di lotta di Telejato, una storia che ormai è soltanto un lontano ricordo e su cui, comunque, si potrebbe dire molto. “Interverrei – dice – solo nel caso in cui emergesse un fatto di mafia eclatante che coinvolga direttamente Maniaci“. Anche questa risposta calza perfettamente a pennello: Orioles non vuole avere a che fare con Maniaci, ma in casi eclatanti, pur di evitare che l’intero baraccone crolli trascinando con sé il brand dell’antimafia, sarebbe disposto ad immolarsi a sua difesa. Il giornalismo ridotto a scuderia di fazione, dove non contano i fatti, ma la protezione, a costo di tutto, del fortino.

Il sistema dello sfruttamento: i ragazzi trattati come “schiavi”

Il lato più oscuro di questa gestione emerge nel trattamento riservato ai giovani stagisti, ai ragazzi che frequentavano la redazione con l’illusione di imparare il mestiere e ottenere il tesserino da pubblicista. Nel corso di una telefonata avvenuta il 31 marzo scorso, Orioles si è lasciato andare a dichiarazioni piccanti, che certamente stridono con la deontologia e le norme in materia di lavoro. Di fronte alla contestazione diretta che Maniaci usasse i ragazzi come manovalanza, costringendoli persino a pulire la villa in occasione dell’inaugurazione del 30 aprile 2025, o a fare giardinaggio dietro la promessa del tesserino, Orioles non solo non si indigna, ma normalizza lo sfruttamento, rivendicandolo come un tratto identitario del giornalismo militante:

“Guardi, io sfrutto, ho sempre sfruttato i miei ragazzi, ecco, io non pago neanche me stesso. Sull’abusivismo dico: io sono abusivo, sono il primo abusivo. Perché voglio dire, i ragazzi miei non lavorano 4 ore al giorno, 5 ore al giorno. Lavorano finché c’è da lavorare.”

Per il direttore responsabile di Telejato, costringere dei giovani a prestare manodopera gratuita non è un reato o una violazione dei diritti sindacali, ma una sorta di mistica iniziazione medievale. Paragona la redazione a una nave in tempesta o a un cantiere edile, dove c’è il maestro e c’è l’allievo, e dove pulire i pavimenti diventa “uno strumento di lavoro” per imparare il mestiere; tutto questo senza vedere mai un soldo. La gravità della posizione di Orioles si palesa quando si affronta il dramma dei giovani frequentatori della scuola di Telejato che, dopo un anno di lavoro estenuante e oltre cento servizi realizzati, come nel caso di Sara Cozzi e Roberto Disma, si sono visti chiudere la porta in faccia da Maniaci, e di riflesso anche da lui, senza ricevere alcuna certificazione per l’iscrizione all’albo, senza nessuna rassicurazione o spiegazione in merito. Orioles, nell’intervista, racconta che i ragazzi si sono rivolti direttamente a lui, chiedendo la sua firma (l’unica legalmente valida per validare la pratica all’Ordine dei Giornalisti, ndr) e per capire quale fosse la sua posizione in merito. E cosa ha fatto il grande erede di Pippo Fava? Li ha respinti, con garbo ma li ha respinti. Li ha sconsigliati di avviare battaglie legali o di chiedere i soldi che gli spettavano (900 euro all’anno ciascuno, ndr) sostenendo che “non avevano diritto” perché avevano accettato impegni capestro, credendo negli accordi, che si sarebbero poi rivelati sbilanciati a favore di una sola parte, quella di Maniaci.

“Nei primi due mesi i miei ragazzi non mi hanno in simpatia, però dopo 30 anni ancora mi chiamano, non credo che sia il caso di Maniaci, io ripeto non ho alcuna voglia di vedere Maniaci, non posso garantire per lui come maestro, come uno che gestisce dei giovani, come insegnante di giornalismo, questo non lo posso fare, perchè neanche io sarei all’altezza di insegnare giornalismo”.

Una risposta alquanto anomala, chi dirige una testata dovrebbe avere la responsabilità, invece delega e non supervisiona, a maggior ragione, quando c’è di mezzo un gruppo di giovani e una presunta scuola di formazione giornalistica. “Lei ha ragione – afferma – non c’è il minimo dubbio, a Bologna sarebbe una cosa che non farei, ma a Partinico, a Capaci, la storia è differente, stiamo parlando di antimafia“.

Orioles ha affermato con estrema brutalità che Maniaci sia stato sicuramente leggero, promuovendo una scuola di giornalismo abusiva e mai riconosciuta. Ciononostante, ha definito la storia un po’ buffa, reputando non esattamente simpatico il fatto che sia sorta una controversia per un tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. Ha poi commentato ironicamente sulla natura attuale dell’Ordine, osservando come quel tesserino, oggi come oggi, dia forse diritto soltanto a qualche sconto sui treni. Entrando nel merito della pratica di Disma e Cozzi, Orioles si trasforma da difensore degli ultimi a censore. Arriva a giudicare insufficiente lo standard qualitativo dei loro pezzi, definendoli “buona roba di provincia” ma non all’altezza dei suoi criteri personali, criteri che seguono il giornalismo che si faceva tra gli anni ’70 e ’80, senza considerare che i tempi sono cambiati e il giornalismo non è più quello portato avanti da Pippo Fava. Una valutazione che ha del paradossale, se si pensa che Orioles stesso ammette di non frequentare la redazione, di vivere a distanza, esattamente a Milazzo, e di averne verificati pochissimi. Come può un direttore che latita giudicare il lavoro di chi ha speso un anno della propria vita sulla strada e a cui, senza alcuna giusticazione e, per di più, con un progetto che prometteva, alla conclusione della “scuola di giornalismo”, il conseguimento del tesserino, non è stato garantito il minimo sindacale? La contraddizione diventa insostenibile quando Orioles dichiara che per firmare quei tesserini avrebbe bisogno di un “ordine ufficiale” da un tribunale o dall’Ordine dei Giornalisti, trincerandosi dietro una farraginosa difesa della formalità burocratica per non fare uno sgambetto a Maniaci:

“Prima di intromettermi in questa storia e prima soprattutto di fare alcun che contro uno che comunque si è comportato valorosamente nei momenti duri, prima di questo avrei bisogno di un po’ di formalità. Non è che me ne voglia fregare, dico solo attenzione, Maniaci è uno raccomandato, perché si trovava ad Alamein nel momento in cui gli inglesi attaccavano Alamein e si è comportato bene.”

Per salvare il mito residuo di un Maniaci che a detta sua “ha rischiato la vita”, Orioles preferisce sacrificare il futuro professionale di ventenni traditi, liquidando le legittime aspirazioni degli stagisti come un’ossessione per “un pezzo di carta”. Ai suoi occhi, la richiesta di legalità contrattuale dei giovani è solo un “malinteso di fondo”, una pretesa impiegatizia che non si addice a chi vuole fare il giornalista, mestiere che secondo lui deve essere “peggio che fare l’alpino in Russia”.

Il barlume del passato e il tramonto di un’era

In questo quadro desolante, emergono pochissimi passaggi in cui Orioles tenta di salvare una memoria che appare ormai sbiadita. Riconosce a Letizia, la figlia di Maniaci e rappresentante legale dell’ETS (l’associazione a cui è stato affidato il bene confiscato, oggi investito dal provvedimento di revoca, ndr), una reale statura professionale e morale, descrivendola come una ragazza coraggiosa, colta, capace di impiegare tutti gli strumenti utili per vivere in un territorio difficile, l’unica a cui augurerebbe di prendere in mano l’emittente se il padre avesse l’intelligenza di fare un passo indietro.

“Attraverso le mie conoscenze ho fatto arrivare il messaggio a Pino di ritirarsi e passare il testimone a sua figlia che ormai avrà una trentina di anni, io l’ho lasciata che era brava, aveva ogni buona qualità, quindi mi piacerebbe se Telejato tornasse a sventolare la sua bandiera, dove direi va bene, palla al centro e ripartiamo; però, non è una questione facile per nessuno, perché a Maniaci dovrei dire “guarda, hai fatto belle cose, però ormai è passato il tuo tempo, non sei più quello di prima, io non faccio più scherma, e tu lascia perdere, riposati e goditi i nipoti”.

Orioles concede a Maniaci il merito storico di aver creato dal nulla una realtà che avrebbe rappresentato un presidio fisico contro la mafia in un territorio difficilissimo. Nonostante siano opinioni discutibili, soprattutto per chi vive il territorio e conosce le dinamiche legate a Maniaci, poniamo il caso che quello detto da Orioles è vero, sarebbero comunque piccoli fiammiferi accesi nel buio di un declino irreversibile. L’eredità morale di Pippo Fava e dei Siciliani è stata dilapidata in questa gestione opaca, dove le regole dello Stato vengono invocate solo quando colpiscono i nemici, e sistematicamente ignorate quando si tratta di gestire la propria bottega. Orioles incarna un’antimafia aristocratica e slegata dalla realtà, che si autoassolve in nome dei meriti passati, convinta che aver combattuto a fianco di Impastato o Rostagno garantisca una licenza permanente di immunità dalle regole del diritto del lavoro e della trasparenza amministrativa.

La fine di Telejato non è un complotto della mafia; è il suicidio assistito di un’antimafia di facciata che ha smesso di guardarsi allo specchio, scoprendosi infine identica a ciò che aveva promesso di distruggere. E i padri fondatori, ormai stanchi e stipendiati, assistono al naufragio voltandosi dall’altra parte, chiedendo ai giovani di continuare a pulire il ponte della nave mentre affonda. Ed Orioles, purtroppo, è uno di questi.