Un ricorso monco da una parte, il silenzio assordante delle istituzioni dall’altra. Telejato, come anticipato dal suo factotum Pino Maniaci, ricorre al Tar per impugnare la revoca della “Villa della Legalità”, ma il decreto presidenziale del Tribunale Amministrativo di Sicilia (Sezione Prima), presieduto dal magistrato Salvatore Veneziano, fotografa una situazione paradossale che rasenta il grottesco giuridico attorno alla vicenda dei beni confiscati a Borgetto, in contrada Annunziata. Al centro della contesa c’è l’Associazione Telejato ETS, difesa dall’avvocato Ignazio Impastato, opposta al Comune di Borgetto e all’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC). L’esito dell’istanza cautelare monocratica si traduce in un nulla di fatto: un “non luogo a provvedere” che sposta la trattazione collegiale in camera di consiglio al prossimo 8 settembre 2026. Nel frattempo, però, l’efficacia dell’atto amministrativo del Comune di Borgetto non è sospesa. Ciò significa una cosa soltanto: dal punto di vista formale, il Comune ha il via libera – e il dovere – di procedere con le operazioni di sgombero degli immobili, nello specifico un villino e un garage.
Per comprendere fino in fondo come si sia arrivati a questo corto circuito e a una farsa procedurale di tale portata, è necessario fare un passo indietro ed esplorare la genesi di questa frattura. Al centro di tutto c’è la cosiddetta “Villa della Legalità” di contrada Sant’Annunziata a Borgetto, un immobile confiscato a Gaetano Lunetto, storicamente legato a esponenti mafiosi della zona di Partinico. Assegnata in pompa magna nell’aprile del 2025 all’Associazione Telejato ETS — alla presenza delle massime autorità civili e militari, dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri al Prefetto di Palermo — la struttura avrebbe dovuto rappresentare il simbolo del riscatto del territorio, ospitando una scuola di giornalismo contro la mafia guidata da Pino Maniaci. Tuttavia, la narrazione idilliaca ha iniziato a incrinarsi dopo pochissimo tempo.
La miccia che ha fatto esplodere il caso e ha riacceso i riflettori sulla reale gestione dell’immobile è stata un’inchiesta giornalistica firmata dal nostro direttore Daniele Viola. Il cronista ha sollevato pesanti interrogativi, scardinando innanzitutto un pilastro della retorica legata a quel luogo: la tesi, diffusa in passato dallo stesso Maniaci anche su media nazionali, che in quella villa fosse stato tenuto prigioniero il piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino poi brutalmente ucciso dalla mafia. L’inchiesta di Viola ha smentito storicamente questa ricostruzione, innescando una durissima polemica politica e sociale a Borgetto. Le rivelazioni del giornalista non si sono fermate alla memoria storica, ma hanno scavato nella gestione pratica del bene da parte di Telejato ETS, evidenziando discrepanze tra le finalità sociali dichiarate e l’uso effettivo degli spazi. Da quel momento, il clima attorno alla Villa della Legalità si è fatto incandescente, spingendo gli esponenti politici locali a chiedere spiegazioni e l’amministrazione comunale a vederci chiaro, nella persona dell’allora segreteria generale Rosa Damiano.
I nodi sono venuti definitivamente al pettine nella primavera del 2026, quando il Comune di Borgetto ha avviato e poi formalizzato la revoca definitiva della concessione, basandosi su contestazioni di natura amministrativa e giuslavoristica estremamente severe. Secondo l’ente pubblico, infatti, il piano educativo e la scuola di giornalismo antimafia sono rimasti in gran parte sulla carta. A questo si è aggiunta l’accusa riguardante l’impiego di alcuni stagisti che, invece di seguire un percorso didattico strutturato, sarebbero stati utilizzati in totale autonomia per mansioni di pulizia e giardinaggio, senza contratti, retribuzioni o coperture assicurative. Il Comune ha inoltre rilevato che i locali erano stati concessi a un soggetto terzo, l’Associazione Culturale Marconi a cui fa capo l’emittente Telejato, senza alcuna comunicazione o autorizzazione, a cui si è sommata l’omessa presentazione delle relazioni periodiche obbligatorie e il mancato pagamento dei tributi locali come IMU e TARI.
Il decreto del tribunale amministrativo del 20 luglio 2026 mette tuttavia a nudo una serie di macroscopiche anomalie, equamente distribuite tra le parti in causa, che trasformano questa delicata vicenda in un vero e proprio paradosso. La prima, pesante anomalia porta la firma della stessa associazione ricorrente: com’è possibile pretendere che un tribunale si pronunci d’urgenza su un provvedimento di revoca o decadenza se non gli si forniscono i documenti necessari per valutarlo? Il Presidente del TAR lo scrive chiaramente, evidenziando che l’atto del quale si chiede la sospensione risulta depositato in forma incompleta, con sole 3 pagine delle 13 complessive, e non intellegibile nelle parti fondamentali relative alla motivazione e al dispositivo. Presentare un ricorso simile significa, nei fatti, non mettere i magistrati nelle condizioni strutturali di capire e di decidere; un autogol procedurale che non trova facili giustificazioni in una battaglia legale di questa portata.
Il direttore di Partinicolive, Daniele Viola, ha contattato telefonicamente l’avvocato Impastato, il quale, trincerandosi dietro il silenzio, si è limitato a chiedere come fosse riuscito a reperire il suo numero di telefono personale. “La sua è un’inchiesta nobile, ma il mio operato è sicuramente più nobile del suo“, ha dichiarato, aggiungendo: “per questo non intendo rilasciare alcuna dichiarazione in merito al decreto del Tar. Deve stare attento ai ruoli, non siamo tutti uguali. Lei insiste caparbiamente sulle sue pretese, come se gli atti fossero invisibili. Sono indisponibile a ogni sua richiesta, anche perché svolgo attività difensiva nei confronti di un’associazione che non le è particolarmente amica“.
Se l’associazione pecca di omissione documentale, le controparti pubbliche brillano per assenza. Il Comune di Borgetto e l’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati non si sono costituiti in giudizio, e questo silenzio istituzionale rappresenta la seconda, grave anomalia della vicenda. Evitando di costituirsi, la pubblica amministrazione ha privato il TAR di memorie, chiarimenti e documenti utili a ricostruire il puzzle nella sua interezza. Un atteggiamento passivo che aggrava l’oscurità della vicenda e che impedisce una visione d’insieme limpida e immediata sulla legittimità della revoca della convenzione stipulata appena un anno prima.
Il risultato di questo corto circuito informativo è il rinvio all’autunno. Ma se la giustizia amministrativa ha i suoi tempi, la realtà dei fatti ne ha altri: in assenza di una sospensiva, l’azione del Comune di Borgetto per riprendere il possesso degli immobili può e deve fare il suo corso, non lasciando la Villa della Legalità sospesa tra la cronaca e il labirinto dei vizi procedurali. Resta l’amaro in bocca per una vicenda in cui la trasparenza e la precisione – che dovrebbero essere i pilastri nella gestione dei beni confiscati – sono state relegate in secondo piano da una burocrazia cieca e da difese zoppe, condannando il destino di quegli immobili a un limbo normativo figlio della negligenza comune fino al verdetto di settembre. È certo, però, che il 23 luglio scadono i 30 giorni dal procedimento segretariale e l’amministrazione Davì dovrà permettere che i locali vengano liberati. Tutto il resto, anche un eventuale rientro di Telejato nella villa, seguirà la decisione del Tar nel prossimo autunno.


