La politica non si difende riscrivendo ciò che è accaduto, tantomeno quella di Partinico dove si è sfiorata la rissa in consiglio comunale tra il sindaco e un consigliere. Se in aula sono volate parole inaccettabili e si è arrivati a pochi centimetri dallo scontro fisico, la responsabilità non può essere raccontata a senso unico: a perdere, ancora una volta, è l’istituzione. C’è qualcosa che stride nei vari comunicati con cui partiti, consiglieri e assessori di Partinico scendono in campo per difendere il sindaco Pietro Rao (nella foto a sinistra) o il consigliere Toti Comito (a destra), dopo quanto accaduto in Consiglio comunale nella seduta di venerdì scorso. Non tanto nella solidarietà al primo cittadinoo al consigliere, legittime e comprensibili, quanto nel tentativo di trasformare una pagina certamente imbarazzante della politica partinicese in una storia con una vittima e un colpevole già confezionati.
Ma il problema è proprio questo: c’è davvero un vincitore in questa vicenda? No. Perché se è inaccettabile che un consigliere comunale utilizzi in aula espressioni volgari e offensive, soprattutto davanti ai cittadini, alla stampa e alle donne presenti, è altrettanto inaccettabile che il confronto tra rappresentanti delle istituzioni degeneri fino al punto da costringere il presidente del Consiglio a sospendere i lavori. La tensione, nella seduta del consiglio di Partinico di venerdì, era esplosa durante un acceso confronto tra il sindaco Pietro Rao e il consigliere di opposizione Toti Comito. Rao aveva contestato la diffusione di interventi che, secondo il primo cittadino, sarebbero stati falsi o distorti, arrivando a lasciare intendere la possibilità di ricorrere, qualora ne fossero ravvisati i presupposti, anche a denunce per diffamazione. La risposta di Comito ha fatto salire ulteriormente la tensione. Il consigliere, in sostanza, ha detto di non preoccuparsi delle eventuali conseguenze, utilizzando un’espressione esplicita e volgare riferita all’autoerotismo. A quel punto il sindaco si è avvicinato al banco di Comito e i due sono arrivati a pochi centimetri dal contatto fisico, prima che la situazione venisse fermata. Un atteggiamento, da parte di entrambi, non consono per chi rappresenta le istituzioni. Un esempio terribile proprio nel giorno in cui il consiglio stava discutendo delle continue risse in centro storico e della necessità di un potenziamento della sicurezza urbana.
Le parole di Toti Comito, per come sono state riportate, sono censurabili. Senza attenuanti. Un consigliere comunale non è al bar con gli amici: parla dentro la massima assise cittadina e ogni parola pronunciata assume un peso diverso. La libertà di espressione non può diventare una licenza per trasformare l’aula in un luogo dove tutto è consentito. Ma proprio per questo la politica dovrebbe pretendere qualcosa in più da se stessa. Gli assessori sostengono che non vi sia stata alcuna aggressione fisica da parte del sindaco Pietro Rao. È una precisazione politicamente rilevante, soprattutto se si contesta una ricostruzione che viene ritenuta falsa. Ma anche volendo accettare questa versione dei fatti, resta una domanda: perché si è arrivati a pochi centimetri dal contatto fisico? È questo il punto che non può essere cancellato da un comunicato di solidarietà.
Non serve stabilire chi abbia pronunciato la frase peggiore o chi abbia fatto il primo passo verso l’altro. Serve riconoscere che entrambi hanno contribuito a portare il confronto oltre il limite che un’istituzione democratica dovrebbe tollerare. E c’è un elemento ancora più amaro. Tutto questo è accaduto mentre quel Consiglio comunale discuteva anche di sicurezza e delle tensioni che attraversano il centro storico. Fuori dall’aula si chiede ai cittadini di rispettare le regole, di non risolvere i conflitti con la violenza e di affidarsi alle istituzioni. Dentro l’aula, invece, quelle stesse istituzioni finiscono per offrire uno spettacolo che va nella direzione opposta. Questo è il vero danno. Non lo scontro politico. Non la polemica tra Rao e Comito, che ormai appare come una partita personale oltre che politica. Il danno è all’autorevolezza del Consiglio comunale. Gli assessori chiedono verità ai cittadini. Ed è giusto. Ma la verità, in politica, non può essere soltanto quella che fa comodo alla propria parte. La volgarità va condannata. La violenza, fisica o verbale, va condannata. Le provocazioni vanno condannate. Le reazioni sproporzionate vanno condannate. Senza se e senza ma. Perché quando la politica perde il controllo, non vince né la maggioranza né l’opposizione. Perde Partinico.


