La Suprema Corte di Cassazione spazza via gli ultimi tentativi difensivi e rende definitiva la condanna a un anno e cinque mesi di reclusione per Pino Maniaci. Dalle invettive televisive scagliate dagli schermi di Telejato contro amministratori locali e giornalisti fino ai conti finali con la giustizia: una ricostruzione impietosa di un metodo basato su attacchi personali, lettere anonime mai verificate e aggressioni verbali sistematiche.
La parola fine è arrivata direttamente dalla Quinta Sezione della Corte di Cassazione, mettendo nero su bianco la chiusura di un capitolo giudiziario che per anni ha polarizzato il dibattito pubblico nel mondo dell’antimafia siciliano e nel resto d’Italia. I giudici di piazza Cavour della Capitale hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal legale di Maniaci, Bartolomeo Parrino, blindando la pena di un anno e cinque mesi stabilita nei precedenti gradi di giudizio e confermando la responsabilità penale per i reati di diffamazione aggravata. Per scontare la pena residua, il factotum di Telejato potrà fare richiesta per i domiciliari o per l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma la decisione spetterà ora al Tribunale di Sorveglianza.
Si chiude così, con un verdetto che inchioda senza appello le condotte dell’imputato, una vicenda che ha smascherato l’uso distorto e spregiudicato del mezzo televisivo. Per anni, attraverso gli schermi e i telegiornali di Telejato, Pino Maniaci ha trasformato il proprio ruolo di informatore in un pulpito di delegittimazione permanente, colpendo duramente la reputazione di sindaci, amministratori pubblici e persino colleghi cronisti. Le carte processuali e i capi d’imputazione restituiscono il quadro desolante di un sistema basato sulla gogna mediatica, in cui la verifica delle notizie veniva bellamente calpestata per lasciare spazio a campagne d’odio verbale condotte con la recidiva reiterata e specifica.
Emblematici sono gli episodi passati al setaccio dai magistrati e consumati tra il 2014 e il 2015 nel comprensorio tra Partinico e Borgetto. Durante le trasmissioni televisive, Maniaci dava lettura in diretta di missive anonime diffamatorie senza preoccuparsi minimamente di verificarne la fonte o la veridicità. Nel mirino di quelle sfuriate finirono l’allora sindaco di Borgetto Gioacchino De Luca, l’allora vicesindaco Vito Spina e l’allora presidente del Consiglio comunale Elisabetta Liparoto, accusati infamamente e senza straccio di prova di aver incontrato esponenti della criminalità mafiosa durante un viaggio istituzionale negli Stati Uniti.
Il bollettino dei veleni firmati da Maniaci non risparmiava nessuno, estendendosi con ferocia anche contro i giornalisti locali Nunzio Quatrosi e Michele Giuliano, nonché contro il pittore di impegno civile Gaetano Porcasi. Nei loro confronti, il direttore di Telejato si era lasciato andare a insulti pesantissimi, contumelie volgari e attacchi personali denigratori, arrivando a mettere in discussione la loro professionalità, la loro onestà e persino a dileggiarli con allusioni grottesche in diretta televisiva. Un uso padronale e intimidatorio del microfono che calpestava ogni regola deontologica della professione giornalistica.
Le parti civili coinvolte – da Elisabetta Liparoto, ex presidente del Consiglio comunale di Borgetto, a Gaetano Porcasi, pittore di impegno civile, da Michele Giuliano, giornalista di Partinicolive e del Giornale di Sicilia, a Nunzio Quatrosi, dipendente comunale del comune di Partinico – escono da questa lunga e travagliata odissea giudiziaria con il riconoscimento totale delle proprie ragioni, sancito anche dalle pesanti condanne al pagamento delle spese processuali e delle somme liquidate a titolo di risarcimento. Cade definitivamente il castello di chi ha tentato di accreditare la narrazione di un giornalismo perseguitato, dimostrando invece nelle aule di giustizia che la libertà di stampa è cosa ben diversa dalla diffamazione seriale e dall’abuso impunito della dignità altrui.
Una pietra tombale, invece, sul teorema dell’estorsione che nel 2016 aveva scosso l’opinione pubblica e fatto scattare pesanti misure cautelari come l’obbligo di dimora. Quelle accuse gravissime che parlavano di pressioni, ricatti e taglieggiamenti ai danni di amministratori locali e sindaci del comprensorio sono letteralmente evaporate nelle aule di giustizia in Corte d’appello, confermando la totale insussistenza del castello accusatorio originario.


