È bufera a Borgetto per un audio privato che da giorni circola su WhatsApp e che è stato reso pubblico anche attraverso l’emittente televisiva Telejato, facendo esplodere un duro scontro politico. Al centro della vicenda c’è una conversazione registrata all’interno della stanza del sindaco Roberto Davì (nella foto in basso a sinistra), alla presenza anche del direttore di PartinicoLive Daniele Viola e di altre persone. Le parole contenute nella registrazione hanno provocato nuove accuse, reazioni politiche e richieste di chiarimenti, trasformando quella che doveva essere una conversazione riservata in un caso che sta alimentando il confronto politico in paese. Nell’audio, Davì parla di presunti appoggi mafiosi all’ex sindaco Gioacchino De Luca e di presunte manovre finalizzate a provocare lo scioglimento dell’amministrazione comunale all’epoca guidata dal fratello Giuseppe, in carica dal 2008 al 2013. Secondo la ricostruzione contenuta nella registrazione, l’attuale sindaco Roberto Davì affronta diverse questioni legate alla politica locale e al passato amministrativo di Borgetto. In particolare, vengono riportate considerazioni sulla mancata ricandidatura del fratello Giuseppe, che, secondo quanto affermato da Davì, sarebbe stata collegata anche al timore di possibili ritorsioni da parte della criminalità mafiosa.
L’attuale primo cittadino sostiene che il fratello non si sarebbe ricandidato perché la famiglia mafiosa dell’epoca, che secondo quanto riferito nell’audio sarebbe stata guidata da Giuseppe Giambrone, noto come Pino ’u stagnalisi, avrebbe appoggiato nel 2013 la candidatura di Gioacchino De Luca. Quest’ultimo venne poi eletto sindaco e, quattro anni dopo, la sua amministrazione venne sciolta per infiltrazioni mafiose. Nel corso della conversazione privata, Davì pronuncia anche la frase: «N’ammazzanu». Ma c’è anche un secondo passaggio ad aver fatto esplodere la polemica. Nell’audio vengono attribuite a Roberto Davì dichiarazioni secondo cui l’attuale consigliere comunale Alessandro Santoro (nella foto in basso a destra), l’ex consigliere Giuseppe Panettino (in alto a destra) e l’ex assessore Giuseppe Barbaro (in alto a sinistra)avrebbero tentato, durante l’amministrazione guidata dal fratello Giuseppe, di far sciogliere il Comune per infiltrazioni mafiose.
Nel racconto contenuto nella registrazione compare anche il nome dell’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia Beppe Lumia, vicino alle posizioni di Santoro, Barbaro e Panettino, il quale sarebbe stato “pressato” affinchè sciogliesse il governo di Giuseppe Davì per infiltrazioni mafiose. Viene inoltre citato l’attuale assessore Erasmo De Luca, indicata dal sindaco di Borgetto come persona che avrebbe preso le distanze dai tre esponenti politici. Proprio su queste affermazioni è arrivata la dura replica di Alessandro Santoro, dell’ex consigliere Giuseppe Panettino e dell’ex assessore Giuseppe Barbaro. In un comunicato congiunto, i tre definiscono “vergognoso e indegno” il tentativo, a loro dire, di ribaltare verità e responsabilità storiche, sostenendo che siano stati manipolati fatti e circostanze per coprire, secondo la loro posizione, una sostanziale incompetenza e una precisa volontà di occupare un ruolo di potere.
Santoro, Panettino e Barbaro esprimono inoltre “ferma indignazione e sgomento” per quanto emerso e annunciano una conferenza stampa. I tre lanciano inoltre all’assessore Erasmo De Luca la proposta di un confronto pubblico per chiarire fatti, persone e vicende legate al passato e al presente politico di Borgetto. Intanto l’audio continua a circolare e la polemica politica in paese si fa sempre più aspra. Resta centrale anche la questione della provenienza della registrazione e delle modalità attraverso le quali una conversazione privata è uscita dalla stanza del sindaco, finendo sui social e diventando di dominio pubblico.
“Scoprire di essere stato registrato a mia insaputa nella stanza del sindaco di Borgetto – commenta il nostro direttore Daniele Viola – è un tradimento inaccettabile, il sintomo di un clima di slealtà e paura che ha superato ogni limite. Ma ciò che fa più male sono le parole emerse in quell’incontro: sentire allusioni a un presunto sostegno mafioso nella composizione delle liste fa gelare il sangue e conferma che questo territorio è ancora ostaggio di un cancro profondo. Da giornalista e da giovane che ama la sua terra, provo un senso di profonda amarezza e rassegnazione di fronte a un’amministrazione che non è mai caduta così in basso. Proprio per questo grido l’unica via d’uscita rimasta: il Comune deve essere commissariato dallo Stato per almeno dieci anni, perché solo un intervento drastico può restituire legalità, dignità e speranza a una comunità ferita”.


